DEBBY74 in Corso Littorio N. 2N...
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La spallata
Nel senso di noia, scocciatura, avvilimento, in quanto dato costante ed immanente il mondo della politica nostrana, è sempre presente.
L’altra, però, quella che, scaraventandolo giù dal seggiolone, mirava allo sfratto di Prodi non c’è stata.
O meglio, c'è stata ma gli analisti concordano nel ritenere che l’unico elemento che, dall’impatto con il neonato governo è utile trattenere, sono le fasce. Possono tornare buone per ricomporre o ridurre la frattura. Della spalla.
Lo schema è quello del Milan. In caso di risultato positivo, ipse dixit, la spalla vincente è quella del cavaliere; se si perde, la spalla se la rompe Ancelotti.
Per cui, i mezzi non gli mancano e, Buttiglione a Torino, Alemanno a Roma, Malvano a Napoli, troverà il modo di scaricare il peso dello smacco da mancata ingiunzione di sfratto sulle spalle delle sue spalle.
Dio sa se ce ne sarebbe bisogno!
Fosse stato più presentabile, meno oscenamente patetico e ridicolo nei suoi appelli alla moralità, la sua presenza avrebbe potuto essere un’opportunità, una risorsa per migliorarci anche la sinistra.
Avrebbe potuto avere la stessa funzione che Giovanni Paolo II attribuiva al comunismo, in quanto "male necessario" per dare un volto umano al capitalismo.
Così com’è, sceso in un campo che, di suo, non è che fosse splendido, la situazione l’ha peggiorata.
Infatti, avendo mostrato e dimostrato che, con chiacchiere ed una grancassa mediatica che te le amplifica e le sostiene, l’acqua può mutarsi in vino, chi più chi meno, chi per un verso chi per l’altro, ci ha, un po’ tutti, stregati. O, detto con più proprietà di linguaggio, rincoglioniti.
Soprattutto gli addetti ai lavori.
Che, piuttosto di cambiare strada, non avendone mezzi, caratura e formazione, un elettorato di riferimento refrattario ad un certo tipo di cultura, hanno, con meraviglia, scoperto e, con entusiasmo, imboccato la scorciatoia dei miracoli. Che, oggi come oggi, a giudicare dal traffico, più che un vicolo o un viottolo, discreto e nascosto fra la vegetazione, sembra la Modena Parma nei fine settimana postferragostani.
Lo fa a modo suo; azzeccando mezze verità a mezze bugie ne tira fuori un’immagine da sostituire alla realtà, ma è vero.
L’ irruzione del cavaliere ha scompaginato schemi e giochi.
Ed è stato il caos.
Democristiani a destra, in centro, a sinistra; socialisti di destra, comunisti di sinistra; fascisti liberali e liberali fascisti, nazionalisti leghisti e leghisti nazionalisti. Ultimo ma non ultimo, dietro l’angolo, una convivenza che va verso il matrimonio, democristiani comunisti e comunisti democristiani.
Dopo un po’, anche perché, poi, interviene la stanchezza fisica e mentale, la situazione doveva sedimentare.
Facendo affiorare e mettendo in evidenza, cavaliere maledetto, liaisons dangereuses, innaturali ed inimmaginabili.
Ai miei tempi, oggetto di culto e venerazione, la “spes ultima dea” cui aggrapparsi per sopravvivere alla cupididad, era quella che avrebbe fatto la grazia di non farci morire democristiani.
Per morirci non ci siamo ancora morti, però, almeno io, ci ho votato; democristiano.
Chi avrebbe mai immaginato che, per salvare la patria, uno avrebbe dovuto rimetterci l'anima!?! E’ meglio non parlarne, va.
E così ti ritrovi a gioire del successo di Rosetta o a rammaricarti per quello mancato solo per un pelo dal questore Ferrante. Epperfortuna che, al momento della divisione dei beni, restò nella dote di Casini. Se l’avessero affidato a Mastella, mò mi toccava pure gloriarmi degli exploits siciliani di Totò, della schiatta dei “vasa vasa”.
Può darsi che come, negli anni ’50, successe del qualunquismo di Giannini , con l’uscita di scena del fondatore, F.I. scompaia; che fagociti l’elettorato e coopti i leaders dei partiti satelliti proponendosi, così, come il partito unico della destra; che diventi quel liberal party che, in Italia, non ha mai attecchito.
Chissà!
Per l’intanto.
Che spallata!
La palla di pelle di pollo.
A parte B. Pisanu che, da buon sardo ed ottimo ministro degli interni, senza gli zerozerosette del rango a disposizione, dovrà penare, e non poco, per individuarci il gancio buono per salvare la sua Torres, il cavaliere che, per il condono di settore, potrebbe addivenire ad un concordato sulla base di due scudetti come quota forfettaria di base, il resto del mondo politico, sorrisini di compatimento di qua, battutine scemotte di là, una tantum e per l’occasione, fino ad ieri l’altro, aveva affettato snobismo e nonchalance.
La proposta di nominarci G. Letta, candidato Cdl alla presidenza della repubblica, arbitro e risanatore del terzo o quarto settore produttivo del quinto o sesto paese industrializzato era stata presa come una provocazione ed un delitto di lesa maestà.
Perciò, a commissariare la FIGC in tempesta, è stato mandato G. Rossi che, in ragione di tutte le nomine ad hoc cumulate, oramai, dovrà rassegnarsi al ruolo ed al titolo di der kommissar, honoris causa.
Per quanto sereno e non prevenuto, se vai in un posto ed, a capo dell’ufficio indagini, ci trovi un Italo Pappa non è che, dall’ambiente, ce ne ricavi una buona impressione. Questo detto al netto del fatto che è, pur sempre, vero che il tutto dipende dalle intenzioni e dagli obiettivi che ti poni. In certi casi, l'impressione potrebbe anche essere ottima ed incoraggiante.
Comunque, nel caso di specie, conseguenza di una tranche di intercettazioni galeotte e compromettenti, le dimissioni del generale di cui sopra avevano tolto il commissario dall’imbarazzo di ritrovarsi a lavorare con un tizio siffatto a stretto contatto di gomito.
Guido Rossi, proprio perché in numerose ci aveva lavorato in buona sintonia, ottimo profitto e reciproca soddisfazione, a capo dell’ufficio disertato dal Pappa, ieri, ha nominato l’ex capo del pool mani pulite, il magistrato in pensione F. S. Borrelli.
Ed è stato come quando fuori piove.
Come quando al pensionato, al posto del temuto ed ossessionante tramestio che gli avvelena le sieste, scaraventatavi da un calcio maldestro, nel giardino di casa, sente planargli la causa primigenia del suo tormento.
Accecato dall'odio, si precipita fuori a grampare la scaturiggine delle sue pene pomeridiane. Un attimo solo per inquadrare e richiudere la sfera in una cosmica ghignata. E, senza por tempo per lo mezzo, senza un briciolo di pietas, con crudele voluttà, nel tenero, morbido, elastico caucciù far penetrare lo spillone della balia, all'uopo procurato, all'opra approntato e, per la bisogna, accuratamente custodito, è tutt'uno con la soddisfazione agognata, sempre frustrata e, finalmente, ottenuta.
L’otre di Eolo si è squarciato, e via.
Fresca di fischi in Senato, la force de frappe della CdL, ratta e disciplinata come un reparto sturmtruppen, si è dislocata per blitzkrieggare il fronte dello stadio.
Toni gravi e preoccupati e, giù, il solito diluvio di commenti e dichiarazioni.
Che, come disse quello della posta del cuore, raccogliamo e, volentieri, pubblichiamo.
Doping; scommesse; magliette come cavalli; orologi come se fioccasse; auto a gogo; decreti spalmadebiti; ripescaggi discrezionali e spericolati; fallimenti, acquisizioni e nomine pilotate, da anni, solo per Galliani, non erano segnali inequivocabili che c’era del marcio nel regno del pallone.
D'altronde se Galliani, presidente di Lega, non sapeva che Galliani, presidente del Milan, consigliava ai calciatori del Milan, presieduto da Galliani, di non sottoporsi alle analisi del sangue che Galliani, presidente di Lega, aveva concordato con Galliani, presidente del Milan, per mettere riparo alla prima tranche dello scandalo doping di cui, Galliani, presidente di Lega, niente sapeva, come faceva a sapere cosa faceva Moggi? Eh? come faceva? E come potrebbero, i figli di Sheva, imparare l’inglese con un presidente così ignorante?
In questo contesto, l’avvocato Pecorella, candido come la neve o scemo come un tifoso, non si sa cosa sia rimasto per la bisogna, ha detto che “La nomina di Borrelli è un segnale inequivocabile che si vuole distruggere il mondo del pallone”.
Io c’avrei da chiedere qualcosa a proposito di 4 punti di vantaggio a tre giornate dal termine, uno scudetto perso con la vittoria che valeva ancora due punti. Ed un De Napoli acquistato dal Milan per non giocarci manco una partita.
Per cui, viste le tante recriminazioni se, tifoso della Roma, lo fosse davvero, M. Gasparri dovrebbe essere contento. Se, al Milan, di scudetti, ne toccheranno due, F.S. Borrelli gli dà la garanzia che, alla sua Roma, sarà restituito almeno quello dello scandalo del gol di Turone annullato all’ultima giornata o della sconfitta, sempre all’ultima giornata, patita in casa, col Lecce. Il grande cuore romanista del Gasparri, però, “….se fosse stato del Milan, si sarebbe preoccupato”. Ed, adesso, che è della Roma?
Ha fatto carriera negli anni della Milano da bere, e del craxismo per mangiarci. Come quello del suo attuale capo di governo, di coalizione, di partito, tessera P2 numerochemancomiricordo, il suo nome era negli elenchi di Castiglion Fibocchi.
Erede di Turati, Salvemini, Nenni, Pertini; si dice socialista ma è la destra ad assicurargli il battito del cuore, e la poltrona; presidente del gruppo del cavaliere alla camera……
Eppure, “incredibile”, per F. Cicchitto, non è la sua stessa esistenza, ma la nomina, a capo dell’ufficio indagini Figc, del magistrato milanese.
Che, secondo la regola che, più ti elogiano e più vogliono te ne stia fuori dai coglioni, per La Russa, F.S. Borrelli, ottimo uomo di legge di qua, grande cultura di là, è il magistrato sbagliato al posto sbagliato.
Squillante, Metta, Priore, Verde, Carnevale…?
Chicazzomai sarebbe il magistrato giusto?
Non dicunt.
Le motivazioni ufficiali, oramai, dorniscono canovacci per gags da cabaret; c’è chi parla di petrolio chi di riposizionamento strategico; chi di trasformazione e rilancio di un’economia di guerra.... Nel mio piccolo, pensa che ti ripensa, e mugina che ti rimugina, credo di avere individuato la ragione ultima e definitiva per la presenza militare italiana in Iraq ed Afghanistan.
Non so se ci si è fatto caso ma economia, politica, finanza, perfino il festival di Sanremo, perfino la Croce Rossa, gestione Scelli, a guardarli da vicino ed in sé, non è che ti forniscano ragioni o elementi tali da potertici sentire fiero ed orgoglioso.
Orgoglio e fierezza che, magicamente, ritornano allorquando, detto in senso lato, la nostra cultura e la nostra civiltà le guardiamo da lontano. Allorché le mettiamo in relazione, in rapporto, la valutiamo per contrasto con l' immagine che, nel contesto dello scontro di civiltà, dell’altra, quella con cui siamo in guerra, ci siamo costruiti.
Ecco, per vincere il senso di nausea e disgusto, bisogna giocarsela.
Fuori casa. Arbitro De Santis e 2 fisso.
Minima Immoralia.
Fischia il vento, infuria la bufera.
In salsa quizzaiola, ti ci tirano un Tg che è una bellezza; per mesi, li tengono a pomiciare in un appartamento; li fanno ballare e cantare, innamorare, rappacificare; ne carezzano e vivisezionano le corna; imputati e parte lesa in processi con, a latere, tanto di giudice anticomunista; cure consigliate per gli animali domestici; corsi di taglio e cucina; la meteo e tutto l’ingorgo minuto per minuto per favorirne ed accompagnarne le vacanze; più c'hanno la faccia da idiota, e più se ne sollecita il parere sui fatti più disparati dell’agenda politica.
Anche perché, per le casse aziendali sembra funzionare alla grande, è da parecchio che, in tivvù, a tutte le ore ed in tutte le salse, di bella gggente, non se n’è mai vista tanta.
Ma, di chiedere alla gggente di commentare lo “sfilo anch’io” di quella signora in nero che, il 25 Aprile, di buon'ora, con tanto di genitore deportato, decorato e paraplegico al seguito, era ai blocchi di partenza, pronta a partecipare al corteo per commemorare la liberazione del suolo italiano dalla dittatura nazifascista, al cronista di turno non gli sarebbe neanche passato per l’anticamera, non gli sarebbe passato.
A Milano, quel giorno, c’era tanta gente. Più degli anni precedenti. E, novità assoluta, the woman in black che, gli anni passati, mai s’era vista.
Toh, anche se solo “per il disbrigo degli affari correnti”, era o non era, la signora, ministro in carica di un governo che, più dopo che prima delle elezioni del 9 e 10 Aprile, poteva contare sul supporto dei nipotini (ma anche della nipote carnale) di Mussolini?
Domanda per il cronista. Che non deve chiedere. Mai:
“Che ci faceva colà, il ministro Moratti?”
In quanto sintagma, nel registro comunicativo della strada, il fischio è re. Schietto, diretto, inequivoco, come tutti i messaggi, per trarne senso o significato, abbisogna di contestualizzazione.
25 Aprile, ruota di Milano, corteo antifascista, fischi che diosen’escordato…traduzione?
“Per la campagna elettorale, in fondo; a destra!”
Il cronista che, colà, era stato mandato a confezionarci un pezzo strappalacrime per la signora in nero che sfilava al corteo rosso, non credendo alle proprie orecchie, notiziò i fischi. E, Moggi docet, conta il risultato, cambiando l'ordine degli addendi, lo spottone ce lo ricavò lo stesso.
I direttori dei tg ci cucirono sopra un assist per il cavaliere che, in tour post elettorale, tuonò:
“La sinistra dell’odio, quella illiberale, stalinista, intollerante….. Saya, Romagnoli e Batmanne”.
La sinistra di governo, per bene o perbenista che sia, sulle spalle il fardello di un Caruso fresco di elezione ed un Craxi di trombatura e, forse, giustappuntoperciò instradato verso il sottosegretariato agli esteri, messa con le spalle al muro, per evitarlo, il muro contro muro, anche se solo parallelamente, si ritrovò a convergere sulle posizioni del cavaliere. Parallelamente ma, anch’essa, tuonò.
Pensa che ti ripensa, per ricucire lo strappo, si pensò bene di invitare la signora dilacerata, offesa e colpita negli affetti, a sfilare nel corteo del 1 maggio. (sic!)
Dalla padella nella brace; ‘ncopp’o cuotto, l’acqua vulluta! Sale sulla ferita!
Che si fa?
Non avendo voce o microfono in capitolo, si fischia.
Altro giro, stesso vincitore; e ricomincia la giostra del saraceno. O della saracinesca
Il questore Ferrante, nel provarsi a giustificare i fischi, ebbe a dichiarare che, con tutti i distinguo possibili ed immaginabili, the woman in black era pur sempre un’appartenente alla razza padrona.
Mal gliene incolse perché, ospite di un Funari scandalizzato e solidale, Letizia in persona, ebbe a rispondergli che, lei, per tutta la vita, aveva sempre lavorato. Da cui si desume che, non importa il come, non importa il dove, men che meno il reddito ricavatone, poichè la schiena se la spacca, può aspirare al titolo di padrona operaia. Questo, e tant'altro ancora, a Milano.
Roma, fine settimana scorsa, palazzo Madama, Senato della Repubblica; si vota la fiducia al governo Prodi.
7 piccoli vecchietti, che, di diritto, o perché “con la loro opera, hanno dato lustro alla nazione” dichiarano e motivano il voto di fiducia al governo Prodi.
Per depositare le schede nell’urna, devono passare sotto bordate di fischi dei senatori della destra. Freschi di elezioni e di dichiarazioni orripilate sui fischi a Milano.
Il kapo non c’è. Quando gli chiedono di esprimersi nel merito, definisce “immorali” i 7 vecchietti che “con la loro opera" davano segni inequivocabili di rincoglionimento.
Beninteso, in altro luogo, per altri fatti ed in altre circostanze, immorale, qualcuno di loro, lo avrei definito pur’io.
Magari mi sarebbe scappato qualche fischio che si sarebbe confuso e perso fra gli applausi di quelli che, ieri l’altro, a palazzo Madama, in Senato, fischiavano i 7 piccoli vecchietti che, quel gentiluomo di V. Feltri, usando della sua libertà e del suo buongusto da gentleman, ha iscritto di diritto nel “club dei pannoloni”.
A che serve argomentare?
A Roma sono da fischiare i "rincoglioniti" immorali; a Milano, immorali, lo sono i fischi per una furbetta del corteino .
Che sia della morale, della democrazia o della pura e semplice intelligenza ma:
E’ la devolution, bellezza!
P.S.
Ieri sera, alla radio, ho ascoltato gli appelli a votare L. Moratti da parte della Fiamma di Romagnoli e di quelli di Azione Socilae di Rauti. L'anno prossimo, al corteo del 25 Aprile, ci saranno pure loro.
Ministri; ministre; minestre.
E già, da subito, ti girano le palle perché, ammiccante, il sorrisetto viscido, Fede ti fa notare che il numero dei ministri con sottosegretari al seguito è aumentato. Con aggravi e complicanze del quadro semantico perché, la differenza fra sottosegretariato e viceministero, ce la devono da spiegà, ce la devono.
Gli si può dare torto, all’Emilio?
La fine del processo è ancora di là da venire, ma è più di mezzo secolo che ci federano a più non posso. Il che, come la giri e come la volti, in primis, dovrebbe voler dire che si devolvono poteri, prerogative e competenze. Verso l’interno, alle regioni e, verso l’esterno, alla UE.
Supposto che, sopratutto nell'ambito di uno Stato che si vorrebbe "leggero" poteri, prerogative e competenze non aumentino in modo esponenziale, se li devolvi da una parte, ti dovrebbero scemare dall’altra.
Vallo a capire perché, da una sottrazione, 'sti creativi sono capaci di tirarne fuori una moltiplicazione!?!
Emilio, sinuoso, insinuante e, divinamente, untuoso, se la rideva mentre, in attesa di rincorrerli per i vari dicasteri a caccia di voti su cui sorreggerci l’esile maggioranza, Prodi, soddisfatto, anche lui, se la rideva.
Perché, dice, ha fatto presto e bene.
Figuriamoci se mi vanno bene politiche di destra che riescono bene se, a farle, è la sinistra, ma Padoa Schioppa, Visco, Bersani, Di Pietro, D’Alema, Amato non sono, di certo, dei pagliacci come Tremonti, Siniscalco, Brunetta, Lunardi, Fini.....
Poi, comincia la terra di nessuno, il campo di tutti, o il terreno delle incongruenze.,
Per esempio, che c’entra Mastella con la Giustizia?
Nel senso che sì, vabbuò, un pò lui e molto i capizona, c’entrano. Ma proprio perché c’entrano, lui non dovrebbe entrarci. A piazzale Arenula.
Prodi a capo del governo c’è stato, si è fatto di tutto e di più per farcelo ritornare. Con lui rientrano numerosi ministri e sottosegretari che avevano coadiuvato la sua opera nella passata esperienza.
Per monetizzarvi il pregresso, seguendo la sensata logica della continuità, ti aspetti che tornino nei ministeri che avevano guidato.
Non ce n’è uno che sia ritornato là dove era partito.
Alla fine della scorsa legislatura, dopo averla fatto tanto penare, sulle quote rosa, il cavaliere, alla Prestigiacomo, le ha tirato una presa per i fondelli da schiantarsi dal ridere.
Sulla presenza femminile nel governo Prodi, anche perché non sai se ci sono o ci fanno, un turbinio da farti venire il mal di testa, c’è da schiantarsi dal piangere.
La Turco, ci ha firmato pure una legge, è esperta di immigrazione, famiglia, e temi a forte valenza etica. Che ci fa alla Sanità?
Laddove, per aver messo all’angolo la forte corporazione medica, aveva così ben operato la Bindi? Che, a sua volta, è delusa. Ma perché voleva l’Istruzione. Che è andata al Fioroni. Che c’è il forte dubbio sia peggio della Moratti. Rosy è andata/stata mandata alla Famiglia. Ed è pure single.
Il posto che, in precedenza, occupava la Turco è andato all’unico lumbard del governo.
B. Pollastrini alle Pari Opportunità. Che, di pari opportunità, non deve essere tanto esperta perché delle mazzette della metropolitana milanese, la quota del leone andava ai Tognoli ed ai Pillitteri ed a lei, per conto del partito o della corrente, le briciole. E la vergogna.
Dopo i fasti della Milano da bere, quarantena, oggi, è l’unico lumbard che abbia un ministero. Non c’era di meglio?
E si fosse, almeno, presa a carico il figlio di suo padre! Il mitico Bobo Craxi che, dopo aver divorziato dalla sorella Stefania che è rimasta a destra, si è buttato a sinistra. All’ombra della Quercia e non di una sottovarietà di garofano, di cui ai tribunali l'ardua sentenza di stabilire il suo buon diritto alla dirigenza.
A differenza di tanti giovani che, in Italia, studiano e, per fare i ricercatori, sono costretti ad andarci, la Melandri, negli States, ci è nata. E colà ha studiato.
Purtroppo ce l’hanno rimandata, indietro.
Nel 2001, il ministro Chavez, fresca di nomina nell’amministrazione Bush (tanto nomine) per una colf clandestina si dimise.
La Melandri, l’ha studiata la lezione che, visto che la fame non la fanno, almeno i ministri, le colf, prima le regolarizzano e, poi, le destinano alle cure del baby?
Lei, la Giovanna, manco per l’anticamera, era là. Splendida, splendente, pidocchiosa e sorridente.
Come non lo era la Bonino. Cui hanno tolto la Difesa.
Con sperticati elogi e riconoscimenti dalla stampa internazionale, il periodo di massima notorietà, la Emma, lo ha conosciuto da commissario europeo per la pesca e l’agricoltura.
L’hanno mandata alle Politiche Comunitarie. Dove cazzo voleva andare?
Dopo lo sbarco sul molo di sinistra, attracco alla banchina Boselli, per farcela restare ancorata, hanno dovuto apporre una giunta al programma dell’Unione.
Per farle accettare il ministero, altra giunta, un portafoglio.
Che, stando alle Politiche Comunitarie, uno si chiede: “Ma se i fondi prima li diamo alla Ue che, poi, al netto delle spese di gestione, li restituisce a che cazzo serve? Un portafoglio?" E, poi, se la chiamano "protesi di Pannella", ti si incazza, pure!
Ecco, l’alternativa è peggiore, ma questi, oramai, vivono in un mondo separato ed a parte.
Senza manco rendersi conto che, non c’è par condicio o superpartes che tenga, la campagna elettorale, se la stanno facendo e costruendo con le loro mani. Hic et nunc.
Con grande gaudio ed immenso giubilo dei lacchè del cavaliere che raccolgono materiale sensibile e tangibile per amministrarlo e somministrarcelo.
Nakbah
“Moggi andrà in procura; Del Piero ha festeggiato in pizzeria; Berlusconi rivuole due scudetti, (e qualche carica istituzionale); la Juve crolla in borsa; Lippi, per i mondiali, punta tutto su Buffon; cambio della guardia al Quirinale; una troupe della Rai inviata ad intervistare il ragazzo italiano picchiato dagli skinheads; funghi e fagioli, proposta di Vissani per la prossima estate”.
Sicuramente, nelle pagine interne, avranno inserito la cronaca del mitico C. Pagliara da Gerusalemme. Ma, ieri l’altro, monopolizzati dalla Caporetto pallonara, nei titoli di testa del Tg1 di C. Mimun, di 7 morti 7, bilancio provvisorio dell’ultimo raids delle forze speciali israeliane a Jenin e nella vicina Kabatja, non c’era traccia.
Da quelle parti, fra Domenica e Lunedì, se ne commemorava un’altra, di nakbah ( catastrofe).
Quella che ha inizio nel ’48. Ed è ancora in corso d’opera.
Per l'occasione, non è il caso di pensare ad un contributo mirato a celebrare l’avvenimento da parte di Tsahal la cui opera, nei Territori, è varia, creativa, giornaliera e continuata.
Rigido e ripetitivo, lo schema è sempre quello.
Non c’è che da restare in attesa del prossimo attacco kamikaze su cui, con contorno di sdegno e costernazione, aprirci il Tg di giornata.
Le brigate di al Aqsa hanno già annunciato una esportazione della “lotta armata” fuori dalla Palestina, diretta, principalmente, su obiettivi statunitensi.
Nel frattempo, tocca consolarci con la devastazione di un cimitero che, in assenza di rivendicazioni, la stessa comunità ebraica di Milano ha definito oscura e poco chiara, ma che i solerti redattori Rai, con ampia dovizia di chiose e note a margine, iscrivono nell’album dell’antisemitismo di ritorno.
A che serve sentirsi schifati?
Ieri l’altro, il presidente dell’ANP, il “moderato” Abu Mazen, nel corso dei “festeggiamenti” di cui sopra, auspicava una ripresa dei colloqui con Israele “per fare del 2006 l’anno della pace”.
Un paio d’ore più tardi, a stretto giro di posta, nel corso del solito raid aereo su Gaza, le IAF gli decurtavano di una unità il numero degli aspiranti cittadini dello stato che verrà.
Nel 2003, quando presidente dell'ANP era Y. Arafat, Mahammoud Abbas era a capo del governo.
Tra offese, minacce, lunghe e defatiganti attese in anticamera, per parlarci con gli israeliani, ci ha parlato.
Tanto, poco, molto; non ottenne niente.
Neanche la liberazione di una minima percentuale di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Men che meno uno smantellamento del “muro di separazione” di cui, il tribunale dell’Aja, ha certificato l’illegalità; non il ritiro delle IDF dai Territori.
Sfiduciato da un parlamento monopolizzato da deputati di Fatah, fu costretto a dimettersi.
Ci guadagnò, però, la patente di presidente palestinese più amato.
Da israeliani e Comunità Internazionale.
I cui rappresentanti , in questi giorni, stanno facendo i salti mortali per fare in modo che sia l’organizzazione di appartenenza, di Abu Mazen, ma anche dei martiri di Al Aqsa, a disporre degli aiuti internazionali congelati subito dopo la nakbah della democrazia.
Quella che, alla fine di Gennaio dell’anno in corso, ha decretato la vittoria elettorale di Hamas.
E l’inizio della fame nei Territori.
A seguito dell’inaspettato successo elettorale, gli intransigenti di Hamas avevano chiesto di formare un governo di unità nazionale.
Fatah, di cui Abu Mazen è espressione e massimo rappresentante, ha rifiutato.
Fermo e deciso come non mai e con nessuno, la ragione, il presidente moderato, l’ha ripetuta ieri l’altro.
Hamas deve rispettare gli accordi di Oslo e riconoscere lo Stato di Israele.
Sul primo punto, se non ci fosse da piangere….
Infatti, per averli sottoscritti, il premier israeliano Y. Rabin pagò con la vita e Bibi Netanyahu, sulla piattaforma programmatica che ne prevedeva la cancellazione, ci vinse le elezioni seguenti.
Dal giorno della disgraziata ed orrenda passeggiata di A. Sharon sulla Spianata delle Moschee, altro che Oslo!
Hamas, poi, dal Gennaio del 2005, quando, sotto la supervisione di Suleiman, capo dell’intelligence egiziana, chiese agli Stati Uniti di farsi ambasciatori e garanti di una tregua bilaterale che non fu neanche inoltrata affinchè, come sempre in queste occasioni, Israele rifiutasse, non ha operato attentati.
Quelli che, da allora, ci sono stati sono stati rivendicati dalle brigate dei martiri di Al Aqsa, braccio armato della Fatah del presidente M. Abbas, e dalla Jihad islamica.
Anche l’ultimo che Abu Mazen ha condannato ed Hamas ha giustificato come conseguenza dell’oppressione israeliana.
In pratica, una tragicommedia in cui la formazione di riferimento del presidente che condanna "opera" contro le direttive del presidente stesso ed in concorrenza con l’organizzazione che è al governo, e che giustifica.
Sul secondo punto, però, sulla richiesta, ovvia ed elementare, di riconoscere llo Stato di Israele non c’è né da discutere, né da mercanteggiare.
Come non essere d’accordo?
Eppure, pur’essa ovvia ed elementare, ci sarebbe una domanda.
Chi o cosa dovrebbe riconoscere Hamas?
In attesa di essere nominato premier di una coalizione di governo con partiti che, in modo speculare, sono più duri ed intransigenti di Hamas, una quindicina di giorni fa, E. Olmert ebbe a dichiarare che Israele, entro il 2008, avrebbe definito i propri confini orientali. In accordo coi palestinesi se possibile, unilateralmente se necessario.
Siccome nessuno sembra saperlo e tenerlo da conto, è proprio l'attuale premier israeliano in prima persona che ci fa ricordare che Israele è l’unico stato che, fin dalla nascita, non ha mai avuto confini stabili, definiti ed internazionalmente riconosciuti.
L’unico confine certo è quello meridionale con L’Egitto.
Quelli col Libano, con la Siria e perfino con la Giordania sono fluttuanti, sospesi ed indefiniti.
Per cui, quale stato bisognerebbe riconoscere?
Quello che si ferma alla Green Line o quello che, alla faccia delle risoluzioni ONU, di sicuro, annetterà la macroarea di Maaleh Adumin, le enclaves di Ariel/Emmanuel e di Hebron?
Gerusalemme è unica, indivisibile ed inalienabile capitale dello stato ebraico?
E chi lo ha deciso? E chi ha ratificato (quasi nessuno) queste decisioni?
A volte, rispondendo ad una domanda con un’altra domanda, si può far affiorare l’assurdo di una richiesta apparentemente ovvia, naturale ed indiscutibile.
Agli arabi di Palestina è toccata quella umanitaria, noi “occidentali” ci teniamo stretta quella dell’ipocrisia.
Ad ognuno la sua nakbah.
Auguri; papali, papali.
Echecazzo, Sua Santità; est modus in rebus!
E le radici cristiane di qua, i Pacs di là; la ricerca scientifica di su, l’inseminazione artificiale di giù, in un’occasione fausta come può essere quella della nomina ad una carica istituzionale di assoluto prestigio, neanche negli auguri del più gretto dei bottegai avremmo trovato inzippati tanti rimandi a presunti crediti vantati nei confronti di un presunto debitore.
Purtroppo, è proprio quello che, papale papale, è successo non si erano chetate le polemiche sull’elezione di G. Napolitano alla presidenza della Repubblica.
Già avevano cominciato gli orfani del metodo Spadolini che rimpiangono il metodo Ciampi solo perchè non tocca a loro adottarlo.
“Personalità di prestigio, equilibrata e colta, degna quant’altri mai, ma è il metodo che non va”.
Che è come dire:
“Era meglio eleggerne un altro.”
Poi, non c’è fine al peggio, sono arrivati le felicitazioni augurali di B16. Pelose.
Causa gli inopportuni memento, irritanti.
Ma anche infauste per una questione di merito.
Infatti, un Presidente della Repubblica, di mestiere, non fa il papa.
Che può ordinare, nel senso di nominare ed anche di dare, diciamo, direttive piuttosto che ordini, a preti, vescovi e cardinali.
E’ custode e garante della carta costituzionale.
I parlamentari li eleggono i cittadini.
Che riguardino fisco, giustizia, lavoro, piuttosto che Pacs, ricerca scientifica, inseminazione artificiale, le leggi (da non confondere con bolle ed encicliche) le approva il Parlamento.
Come usa dire, al Presidente della Repubblica è demandato il ruolo di notaio.
Dopo una verifica di rispondenza delle stesse, leggi, alla carta costituzionale o, se del caso, alla copertura finanziaria, non gli resta che controfirmarle perché siano promulgate.
Se non lo facesse, impeachment e destituzione.
Per cui, delle due, l’una.
O B16 ha confuso il suo ufficio con quello della presidenza della repubblica, o ha voluto felicitarsi con genero perché suoceri intendessero.
Comunque, nella circostanza, è meglio fermarsi a guardare il calice pieno, fosse pure solo di un terzo.
Gli auguri papali, di sicuro, dicono che, fra Vaticano e Quirinale, non ci sarà confusione fra colli.