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Martel late
"Viviamo sempre più in un’epoca sovrastata dalla macchina ......"
Incipit o cappello di un pezzo dell'amica scrittrice/giornalista G. Giordani. Che non sarà I. Asimov ma, ad usum postini, è meglio del sorrisetto di compatimento in cui I. Cipolletta, all'epoca direttore generale di Confindustria, durante un talk show, incorniciò quella che presentò come la barzelletta del povero Ned.
Ludd.
Operaio che, per giustificare il fatto che, a martellate, aveva distrutto un telaio nella fabbrica tessile dove ricopriva il ruolo di operaio, al patron che gliene chiedeva ragione, ebbe a rispondere:
"Il cognac che ci ha offerto per festeggiare l'ultimo apporto modernizzatore in fabbrica era buonissimo. Ed, ieri sera, al pub, abbiamo fatto tardi. Stamattina...."
Inghilterra, patria della prima rivoluzione industriale; cameo datato 1779.
Incastonato in una risatina di colui che, fra i tanti ruoli in commedia, attualmente, 3 secoli dopo la ballata di drunky Ned, ricopre quello di direttore generale delle ex FF.SS. Privatizzate, semiprivatizzate. O in via di privatizzazione di golden share vestite.
L'assunto, implicito nella versione della vicenda così come raccontata dal presidente confindustriale, è che un arresto del progresso, tecnico evidentemente, è un discorso fra ubriachi al bar dello sport. Non gli si può dare torto.
Mi sarebbe piaciuto però che, quella sera di parecchi anni fa, dopo la barzelletta di Ned, Cipolletta avesse avuto il tempo di raccontare quella di Innocenzo.
Che, progresso oggi e progresso domani, telai rotti o meno, il cognacchino al pub pagato da mr. Tiefferre, fra un incarico e l'altro, con chissà quanti Ned è venuto in contatto.
Non percepente gli stessi emolumenti di un Cimoli ma dov'è, oggi, I. Cipolletta lo si sa benissimo. Più difficile trovare traccia di quelli con cui, non direttamente perchè il compito è demandato ai capi del personale, ha risolto il rapporto di lavoro. Come, oggidì, usasi dire.
Comunque, volendo aggiornarmi la memoria sul Ned d'antan, girando in rete, ho trovato i suoi nipotini.
Il pub è questo:
http://www.accordo.it/italiana/02/05/24/0826256.shtml.
Sono in parecchi; non so se bravi o stonati. Nel loro repertorio, non ho trovato "la sai l'ultima sui ferrovieri?" ma:
“La danza della disoccupazione”, “Se lavora pè vivere e se vive pè lavorà” “Uomini socialmente inutili".
Come le martellate; d'accordo.
Con tamburi battenti.
Se cell o fo nando.
Con l’ayatollah Benedetto in agguato, almeno di Domenica, meglio evitare Radio1. Taglio svelto, piglio manageriale, quella che più ci somiglia è Radio 24. Della Rai, sorella/coltella.
“Radiofonica” sarebbe un pleonasma perchè, se ti ci sintonizzi, ti prepari ad ascoltarla, mica a leggerla. Quindi, sarà per questo che, nello stacchetto autopromozionale, di sé, dice di essere la testata giornalistica del Sole 24ore.
Che, della carta stampata, è un giornale. Che, a legislazione vigente, non so se sia suo il caso, può avere testate anche nella televisione. Se non quelle di vecchia, le cui frequenze costano troppo, di nuova generazione. Quella digitale. Più probabile, terrestre; un po’ meno, satellitare.
Con viale Mazzini commissariata dalla lottizzazione partitica che Radio24, come direttore, abbia G. Santalmassi, giornalista scappato/scacciato dalla Rai, è perfettamente comprensibile. Che il tutto sia riconducibile a Confindustria, te lo dice la cultura, dù palle, che, in materia, ti sei fatto.
Oppure, ascoltando bene, lo puoi desumere leggendo fra le onde pulite dell’ FM.
Ieri mattina, mi ero quasi rassegnato a dover sentirmi nelle orecchie solo le cupe martellate con cui avrei schiodato le assi della pensilina ridotta, dalle intemperie, ad un cascame pericoloso.Inefficace, infatti, risultava il geniale intorcinamento di prolunghe e riduttrici con le quali avevo cercato di rendere compatibili prese incompatibili con il cavo di alimentazione della radiolina.
Quando, il fesso che sono, ha trovato la compatibilità pura, semplice e diretta nella presa del bagno, era troppo contento per chiedersi cosa stessero mandando in onda.
Perso dietro il genio ingegneristico avevo, di già, perso troppo tempo. Che si aprissero i lavori; che cominciassero le martellate.
Capirò, mi son detto.
Dopo un po’, ho capito.
Che, a radio 24, parlavano di scuola. Di Domenica.
Il focus era sulle scuole per l’infanzia della provincia di Bologna. I cui operatori, intervistati, avevano il loro bel daffare nello spiegare, senza menzionarli espressamente, (è una radio seria; echecazzo!) i trucchi con cui, tempo prolungato che sembra tempo pieno ma non è, l’anno prossimo, pensionamenti, turn over, assunzioni, che con la buonanima del banana in sella, sarebbero stati nuovipostidilavoro, saranno 11.000 le cattedre in meno. Nella scuola pubblica, naturalmente.
Quando dalla felice isola emiliana, ci si è innalzati ad inquadrare il generale nazionale, l’attenzione si è diretta sulla riabilitazione del famigerato voto di condotta.
La cui virulenza sanzionatoria, avente, cioè, effetti sulla valutazione curriculare, Fioroni, dopo anni di depotenziamento, avrebbe in animo di ripristinare.
Sono anni che la politica dà risposte sbagliate a problemi reali.
Nel caso emblematico della giustizia, per esempio, l’Italia era/è il paese maggiormente sanzionato, dalla Corte Europea, per i tempi lunghi dell’amministrazione della stessa.
Bene; con una genialata, il governo Berlusconi, invece di ridurli, li ha accorciati. Con il fine, però, di ritardarli e, quindi, di eluderli. Quando i delinquenti, white collars above all, saranno troppi o troppo onerosi da sopportare, c’è da sperare in un ritorno, se non altro, ad una maggiore serietà. Nella normativa del falso in bilancio, per esempio.
Nel caso di specie, per non ripetere lo stanco ritornello dell'”abbiamo sbagliato”, magari, si dirà che, nel riformare senso, significato e finalità del voto di condotta “si è stati troppo impulsivi o avventati”.
I tecnici riformatori ad un tanto al chilo, al di là dei casi particolari, sapevano benissimo che esso, voto di condotta, aveva la funzione di tenere nell’ambito di una socialità umanamente sostenibile i più importanti utenti di quella che, negli ultimi anni, si è voluta chiamare azienda scolastica.
Ma tant'è; la politica commissiona, il tecnico esegue.
Ed, allora, via la norma per cui, al di sotto di uno standard minimo di comportamento, prima delle ultime riforme il cui fine, comune a tante altre ma non a tutte, è la riduzione della spesa, si doveva essere riesaminati su tutte le materie prima dell’inizio del nuovo anno scolastico.
Dopo la riforma del pubblico impiego operata da Bassanini con la quale gli insegnanti furono equiparati agli impiegati a tempo indeterminato, intervenne la riforma di L. Berlinguer. E fu durante il suo mandato ministeriale che la condotta, con la valenza di poter determinare, per l’anno di riferimento, il fallimento temporaneo del processo educativo fu mandata in pensione.
La leggicarte del pool economico-finanziario della Cdl, Letizia Moratti, col lavoro sporco già fatto, non ebbe neanche a porselo il problema.
Riforme?
Tagli & lassismo!
Le cui prime vittime, inconsapevoli peraltro, sono proprio i cosiddetti fruitori di cultura. Quei ragazzi che, dopo il fattaccio, ancor prima dei politici, sono i primi a dire: “abbiamo sbagliato”. E, con la confusione propria dell'età cui si aggiunge quella dei tempi, se non se la ridono subito dopo, è perché sono in attesa che si faccia notte per quattro sballi in discoteca.
Con l’auto di papà.
Se castigati in casa, il tubo catodico, specchio di Alice a portata di telecomando, possono andare in vacanza sulle isole o nelle fattorie dei fratelli e delle sorelle più grandi; possono, meraviglie delle meraviglie, studiare e dare esami nelle materie del Trivio. Eravamo santi, poeti e navigatori, per il tramite degli amici di sera, ci si avvia a diventare ballerini, attori e cantanti.
Con tanto di voto di condotta. Perchè la televisione, come tutte le aziende che producono pil, è una cosa seria e là, se sgarri, sei espulso.
Tornando all'istituzione educativa tradizionale, quella che, ogni giorno di più, assomiglia alla squola, i continui tagli di spesa non si sono notati anche perché ascosi all’interno dello zuccherino libertario o liberatorio che sia.
L’autoritarismo è sempre indice di scarsa autorità ma, coi tempi che corrono, se, per studenti, insegnanti e genitori, si fosse lasciata al suo posto la spada di Damocle del voto di condotta, forse, i cortometraggi spinti col telefonino non sarebbero stati realizzati. Men che meno diffusi sul net.
Se non lo si fosse capito, gli ultimi 8 capoversi sono il riassunto riassunto di quello che pensavo mentre ascoltavo il concerto per martellate e flussi ondosi di radio24.
Alla cui conduttrice in studio, una giornalista, per di più, giovane, cosa si può chiedere?
Restando al di sopra di un certo standard che si abbassa sempre di più ( e con radio24 siamo abbastanza alti), solo di riportare notizie e di intervistare.
Cercando di evitare gaffes che si risolvono in tragicomiche gags.
Perché, se la regia che ti dirige inframmezza, al servizio sulla scuola, tutta la liberazione di Daniele Mastrogiacomo minuto per minuto e, te entusiasta, ti fa annunciare che la liberazione è cosa fatta e che, magari, ci sarà un collegamento col nostro corrispondente a Kabul, non puoi invitare me, che sto martellando e bestemmiando in turco mentre ti ascolto, di non precorrere gli eventi perché quello che tu davi per certo, adesso, certo più non è.
E, quando riporti gli appelli al silenzio che, in proprio o a nome delle istituzioni preposte, dirami e raccomandi per facilitare la liberazione del giornalista, essi, appelli, come destinatarii avranno mica i cupi rimbombi che provengono da assicelle marcite che un martello, la domenica mattina, schioda?
Comunque, oltre il voto di condotta, ieri mattina, la notizia qual era?
Che il ministro Fioroni sta per emanare, o ha appena emanato, una circolare fortemente limitativa dell’uso dei cellulari in classe.
Cosa che, con poche o punto pezze di appoggio giurisdizionali, aveva provato a fare quel Dirigente Scolastico che, tanto per intendersi, prima delle riforme, era il Preside o il preside.
Picchiato, il tapino, in un Istituto di Bari, da genitore e nonno di un alunno che, così fan tutti, tanto per non sfigurare con gli amici, un pensierino a realizzare lo scoop de “la supplente te la dà, se glielo dai” l’aveva fatto.
Che se, poi, ti va bene, vengono a cercarti su Youtube, ti portano dalla De Filippi, meglio se dalla Folliero, entri nella scuderia della produzione cinematografica Mediaset e, quando Vanzina va in pensione(se non ne percepisce già una), gli subentri.
Nella società liberale, libertaria e liberista vige sempre e comunque la legge della domanda che stimola l’offerta. O dell’ offerta che, surrettiziamente, stimola la domanda. E, con l’implementazione del mercato determinata dal gradimento dell’odienz, puoi sperare anche di affiancarlo. Il Vanzina sotto contratto Mediaset.
Comunque, intervistare si doveva, ed intervista è stata.
Non del DS(dirigente scolastico) o del DS e pierino, ma di due o tre pierini.
Uno dei quali, ai microfoni di radio 24, tonitruante, bollava, come aventi fini espropriatorii dell’unico spazio di libertà che, nell’ambito scolastico, è concesso all’ espressione del sé delle nuove leve, le nuove normative del ministro dell’istruzione.
Traducendo, Vodafone/Tim/Wind e compagnia telefonante come ancora di salvezza e spazio di libertà per studenti gulaghizzati e seviziati dal sistema educativo. Pubblico, s’intende.
La giovane giornalista, fosse solo per una questione generazionale, utilizzerà e perciò conosce i portenti che, col cell, si possono realizzare.
Per cui nessuna meraviglia se il commento appassionato condivideva le preoccupazioni di discenti in ambasce. Aggiungendo, opinione parcondicio etsuperpartes, di ritenere che le nuove norme sarebbero state eccessivamente penalizzanti nei confronti di utenti che, dovendo rinunciare al cell per qualche ora, potrebbero andare in crisi di astinenza.
L'opinionista della domenica di Radio24, anima candida, era lontana dal supporre che il dialogo:
- Pierino, riponi il cell nel taschino dello zainetto!
- Proffe; mi lasci confortare dalla Hilde che, dal display del cell, mi rincuora col suo sorriso.
potrebbe inquadrarsi in un contesto scenico in cui il convitato di litio, invece di andarsene a zonzo per l’aula, sollecitato appena dall’indice dell’innamorato di Hilde, si attivi per:
1) come per papà l'ultima volta che è andato a votare, fotografare i dettami della verifica;
2) inviarli via MMS in promozione al numero preselezionato.
3) dopo la 1/2ora necessaria all’amico/a di papà/mammà per svolgere la traccia, tramite pc collegato al cell, ricevere indietro la traccia perfezionata.
4) far materializzare sul display l’MMS di ritorno.
5) lasciarcelo leggibile il tempo necessario alla presa visione da parte dell’utente.
6) Tramite pressione sull’opzione deputata, far sparire il tutto.
Lasciando luogo alla Hilde sorridente sul display del cell.
Sono garantista e, perciò, disposto a credere alla buonafede di una giornalista amante della libertà e del telefonino.
Se, però, al posto suo, ci fosse stato un vecchio barbogio che avesse dato voce alle mie martellate, non avrebbe, costui, in cuffia, percepito la voce di un regista preoccupato di ricevere una cellofonata del direttore di rete? Che, cameratascamente, lo metta in guardia contro eventuali doglianze delle proprietà? Che, poi, è o non è Confindustria?
E questa, Amato o Montezemolo, non è una confederazione di cui fanno parte anche gli operatori della telefonia, di recente, privatizzata? Che, da una limitazione dell’uso del cell, potrebbero ricevere un danno? Non tanto per sé, per le aziende che dirigono, e per i dividendi da distribuire ai sottoscrittori di bonds quanto per il pil della nazione e le opportunità di nuovipostidilavoro?
Il tutto non si risolverebbe in minori introiti per il fisco? E con le entrate fiscali non si copre la spesa pubblica? Di cui il sistema educativo fa parte?
A questo punto, se non Prodi, non sarebbe lo stesso Padoa Schioppa a telefonare a Fioroni chiedendogli di soprassedere, di non dare corso alle norme vessatorie perché ne va della tenuta finanziaria del sistema Italia?
Per cui, per non rovinare pil e sistema educativo, il barbogio inesistente conviene si metta a dare i numeri. E vada in prepensionamento.
Se non vuole andare a tagliare canne da zucchero a Cuba, venga da me per un corso di riqualificazione agrituristica.
Tutto il bendiddio che c’è da smantellare come strumenti didattici, il POF prevede, come propedeutico al ben più complesso uso della falce, un’acquisizione delle abilità fondamentali all’uso corretto del martello.
Nel quarto d’ora di ricreazione, è permesso l’uso del cell.
Da fare a pezzi a martellate.
Dentro i fotografi.
Eravamo giovani e forti. Dovevamo essere in quattro; poi, restammo in tre.
Late sixties/early seventies, anche la tenda fatta in casa, andammo in campeggio. Io portai una macchina fotografica comprata non mi ricordo dove e, negli anni a venire, nello stesso luogo sparita.
Fra i 1000 ed i 1200 mt., annoiati di fotografarci a vicenda, si passò ad immortalare gli esseri animati più diffusi in loco.
Fettina di un' India paesana, croce e dannazione di agricoltori ed automobilisti, imperturbabili; più placide e sussiegose di oggi, le bovine impaparazzate, al primo risveglio da campeggiatori, nel bosco, attorno alla tenda, buongiorno, depositarono il frutto della loro complessa digestione. Le stronze!
Se riesco a mettere a posto le mie cose, da qualche parte, dovrei ritrovare quelle foto in bianco e nero che, si pensi quel che si vuole, ognuno l’arte ce la vede dove gli pare, ammemmì facevano sognare di un futuro da artista.
Pochi le hanno viste, ed, a quei pochi, neanche la conveniemza della circostanza ha ispirato un "bene, bravo; 7+".
Per farla breve, l’investimento in cultura mi costò, adeguamento di reddito, svalutazione monetaria, mutatis mutandis, un intero salario di adesso. Fondo perduto.
E’ da qualche giorno che risento parlare di foto. Che non sono quelle, da me, scattate, perdute, smarrite e che, forse, speriamo, mai più ritroverò.
Sono opera di fotografi, paparazzi, che, dicono le cronache ed i dibattiti televisivi, con esse, hanno risolto/non hanno risolto/potrebbero aver risolto/avrebbero potuto risolvere/risolveranno,.... sempre e comunque, come usa dire, alla grande, i problemi esistenziali. Di loro stessi e di altra gente. Ammorbando quella di parecchi altri.
Con dagherrotipi a un tanto al kilo?
E come, apostrofandolo mentre, con tavolozza e pennello, si accingeva a pittare il signor Moric che, nella toilette dell'Hilton, stava giocandosi la schedina, K. Moss disse:
E' il sistema; munnezza?!?
Condy Visa
Dopo aver dichiarato, qualche giorno fa, che l’argomento è materia squisitamente parlamentare, ieri, pressato dalla stampa, Prodi ha indicato la qualità che dovrebbe avere una riforma elettorale che non si sa quando, e se, sarà inscritta nel carnet della politica.
A differenza della lettera "irrituale” dell’ ambasciatore Spogli indirizzata al Parlamento della Repubblica e non a lui che, in quanto Capo del Governo della Repubblica, ne sarebbe stato il legittimo destinatario, la riforma, ha detto, dovrà essere “condivisa”.
Il che non vuol dire che, in cambio di qualche appalto in più per il battaglione di imprenditori italiani in trasferta, essa riforma, dovrebbe prefigurare degli esiti preordinati, sinergici con la politica dell’alleato americano, no.
Condivisa. Fra maggioranza ed opposizione.
Che, poi, con la variabilità della maggioranza alle viste, vallo a capire che significa.
A ben riflettere, adesso che me ne accorgo, Corrado Guzzanti è un ottimo pittore. Sì, ma i cerchi che tratteggia non sono quelli di Giotto.
Perché, è vero, Prodi è un semaforo ma il rosso, il verde ed il giallo si attivano non secondo scansioni predeterminate dal comando cittadino dei vigili urbani.
O, come più decente sarebbe, seguendo la logica della Politica. Ma vanno a rimorchio della sua filosofia politica che è, essenzialmente, monetarista.
E come si sa, quando ad un termine si aggiungono aggettivazioni, non lo si arricchisce, lo si limita.
Infatti, Ederle II è urbanistica, i DiCo non urgenti, della politica estera dica D’Alema...... Di cosa c’è urgenza?
Del pareggio di bilancio. Cui sanità, scuola, previdenza, a compagnie contanti, devono essere subordinate.
Un po’ meno l’evasione fiscale che, col free cash flow che impazza, si capisce bene essere una mission impossibile. Cui mettere mano l’anno di poi ed il mese di mai.
Quindi, se “condivisa” poco o nulla significa, se non il fatto che, quanto più il grifagno porcellum ostruirà la strada per le urne, tanto più a lungo, con Padoa Schioppa a far di conto, Prodi avrà l’opportunità di restare in sella dedicandosi al suo sport preferito.
Che, con i paraocchi monetaristi di cui sopra, è quello di mettere a posto i conti dello stato. In nome e per conto dei soliti investitori. Nazionali o internazionali che siano.
Il che, beninteso, è sempre meglio di una gestione di governo, da meno di un anno andata pensionata, che, a ben guardare, si poteva definire essenzialmente mafiosa.
L’aggettivazione è pesante ma, per giustificarla, uno per tutti, valga l’esempio della Pollari connection. Per la mafia economica si rimanda alla visione dei podcasts di Report della Gabanelli.
Quindi, riassumendo, se, a porcata vigente, non si potrà tornare alle urne, lui, Prodi, furbetto della schedina, ha maggiori garanzie di restare a Palazzo Chigi.
Poi, campa cavallo; ripartizione dei collegi favorevole a me, liste bloccate favorevoli a te; alla francese, alla tedesca, alla spagnola, all’israeliana; mettiamoci Fini e riapriamo i battenti della bicamerale; creiamo un’assemblea costituente presieduta dal prof. Sartori….. ce ne vorrà di tempo perché si arrivi ad una riforma condivisa. Variabili o meno che saranno, da maggioranza ed opposizione.
Che, poi, quello della condivisione è un discorso vecchio.
Cominciato con colui che Diego Novelli definì “sciagura nazionale”. Il figlio del presidente Antonio, quel Mario Segni che, volendo sconfiggere la partitocrazia, di male in peggio, ha aperto la strada alla personalizzazione della politica.
Comunque, da quel dì, di buona lena, hanno cominciato a condividersi.
Mattarellum, 75% maggioritario, 25% proporzionale; liste civetta, scorporo; liste civetta che non riescono a digerire la preda proporzionale che, nel buio della notte elettorale, avevano ghermito. Al punto che, pochi lo ricordano, non riuscendo a stabilire a chi toccassero i seggi rapinati da civette ipersazie, si è lasciato un parlamento imperfetto.
Al peggio non c’è fine e, poco prima della fine della scorsa legislatura, al chiuso di una baita di montagna, ampress’ampressa, senza condivisione neanche fra tutti gli alleati della coalizione, ci si sbarazza del maggioritario con correzione proporzionale e, ad usum porecelli, ci si inventa un proporzionale con un vincolo maggioritario.
Che, con l’elezione decisa dal posto occupato in lista, è una trovata da fare invidia ai costituzionalisti del PNF.
E, c’è la rosanelpugno che, per seggi che ritiene dovrebbero esserle assegnati, ancor’oggi, reclama. Tanto per non parlare della falsificazione delle firme necessarie a raggiungere il quorum di presentazione delle liste. Che è un incidente di percorso comune a tutte le riforme fin qui perfezionate.
Mi son riletto; da come ne ho scritto, sembrerei uno che ne capisce.
Pia illusione. Se mi legge un allievo del prof. Sartori, chissà sotto quanti distinguo e precisazioni vorrà sotterrarmi.
Se, però, così facesse, l’aspirante costituzionalista porterebbe acqua al mio mulino.
Al mulino di un elettore quale, 1/40.000.000 dell’intero corpo elettorale e vabbene, ma, purtuttavia, un elettore.
Che protesta.
Perchè, con “condivisa”, non dovrebbe intendersi la solita logica consociativa mirante ad escogitare meccanismi, marchingegni, arzigogoli vari che, in ultima analisi, si riducono a dispositivi di salvaguardia.
Ber me, ber te, ber tutti.
Come ecumenicamente esultò il baluba quando, pensando ad una dedica, così ebbe a rispondere al dj che gli chiedeva se,
Ora, tornando alla qualità dell’eventuale riforma elettorale, essa dovrebbe, sì, essere “condivisa”. Poco importa se fra maggioranza ed opposizione; di sicuro con il corpo, la base elettorale.
O, come con termine tecnico direbbesi, con l’elettorato attivo.
Che, sembrerà strano, siamo noi che, di fronte a tanto scempio, restiamo passivi. Laddove l’elettorato passivo, loro, dà mostra di tanta, troppa, non pertinente e sconclusionata attività.
Comunque, niente drammi, il gioco è facile.
L’election day, per evitare la fila, al seggio, ti ci rechi alle 8 di mattina.
Protetto dalla cabina, sfili dal taschino i fac simile delle schede elettorali e, augurandoti di non prendere fischi per fiaschi, sulle schede che ti sono state consegnate, con un lapis buono neanche da sgraffignare, ci apponi la crocetta. Stando attento a centrare, sulle schede di destinazione, il punto esatto indicatoti dalle assi cartesiane delle schede di partenza.
Se sei un vip, fotografi, una stretta di mano al presidente di seggio, sennò, buongiorno, e via.
Semplice, no?
Solo che, son quindici anni che succede:
Dopo il rito della crocetta, per tutta la legislatura a venire, quelli che, dopo anni di discussioni, discutendo, in contemporanea, dei correttivi da apportare alla riforma che ti ha appena permesso di assolvere al tuo diritto/dovere in modo così semplice e scorrevole, vanno dai Vespa, dai Socci e dai Ferrara.
E, scorpori, civette, schede bianche, schede sparite, brogli, riconteggi, scannanandosi (per finta, però), appaiono sorpresi, perplessi ed indignati.
Affronte di quello che loro stessi, elettorato passivo, e non noi, elettorato attivo, hanno combinato.
Avevi pensato che apporre un segno sulla scheda fosse un affare semplice. Ma, se hai il coraggio di seguirli quando ne parlano, non puoi che rimanere esterrefatto dai casini cui tu, con una crocetta, hai dato la stura.
Una mezza idea su come il conquibus andrebbe trattato, immodestamente, ce l’avrei. Mi riservo di provare a scriverne più in là.
Per l’intanto, spero che la riforma, prossima sventura, non sia un’insalata di riso.
Sennò mi metto a piangere.
O, se alla George&Condoleeza Ltd. riesce di dare un ulteriore boost alla new economy, posso sempre arruolarmi nella legione straniera.
Senza o con divisa.
Parlami di tea
Se sei contadino, lavori nei campi; operaio, in fabbrica; infermiere, in ospedale; macellaio, in macelleria; tabacchino, in tabaccheria. Bidello, a scuola; insegnante, pure; fruttivendolo?
Alla boutique della frutta.
Solo nel caso in cui, però, non sapendo più come arginare la tua megalomania, corrotto dalla promessa di una stock option sui prossimi arrivi di aubergines provençales, lo psicologo di famiglia non abbia trovato niente da ridire sull' opera di rinnovamento culturale.
Che, cogli attuali onorarii degli imbianchini, ti sarà costata più di una seduta dal desso, però una nuance di classe, in una grigia vita di provincia, ce l'hai, alla fin fine, immessa.
Tanto; se, invece che scarola e lattuga, comma Lucia ti viene a chiedere a quanto la metti una mêche tannée, il pigliaperilculocervelli, dovendo sorbirsi le lamentazioni sulla scarsa efficienza della moderna didattica delle lingue che, nonostante le riforme, ancora risente delle tare del sistema educativo gentiliano, per soprammercato, si contenterà di un’ ulteriore prelazione su cocomeri, meloni, manghi e papaye.
Che, Vissani giura, vanno uniti, necessariamente, in un matrimonio di rito macedonico.
Da consumare, spesso e volentieri, se si vuole ridurre il danno da disidratazione che, la prossima estate, fra qualche settimana cioè, un sole ipozonato in sinergia con l’effetto serra, fallace sia la scienza meteorologa, ci promette.
Tornando al discorso del chi fa che cosa, un parlamentare, maiuscola o meno, per espletare il suo compito va. Dove?
In Parlamento.
Luogo dove, se non ti fai fregare dalle oceaniche ma congiunturali riprese televisive, ammesso che sia veritiero e non taroccato, consultandone il registro delle presenze, ce lo trovi. Sì, ma, in genere, quando, contemporaneamente, dovrebbe essere in tribunale.
Mastella Clemente, anche col mio voto, è parlamentare.
Nel paese in cui, fruttivendoli creativi abbassate la cresta, 5 anniepassa di indefesso lavorìo riformatorio, l’hanno resa giusta, della giustizia ne è ministro.
Chissà fino a quando. Assistendo a come si dà da fare, purtroppo, ancora per poco.
Certo non per colpa sua che sui temi etici ha minacciato di dimettere se stesso da ministro e di ritirare la fiducia delle truppe mastellate al governo. Come si sa, la sua carica è appesa al filo delle ubbie di un paio di senatori che, posti di fronte alla base vicentina ed alla guerra afghana, vorrebbero sbarazzarsi di un bel pò di mal di pancia.
Mastella, Clemente, è parlamentare. E fa ‘o ministro.
E non solo. Perché, in quanto capopartito, cadenze annuali, in autunno, ten’ò mitinghe.
Rigorosamente a Telese Terme.
Perdipù, in lista d’ attesa per sedere al tavolo delle celebrazioni delle fatiche vespiane che, come si sa, cadono prima delle strenne natalizie, canticchia alle domeniche in e balla alle buone domeniche.
Per far conoscere, a chi non lo conosce, le ragioni del centro, girovaga per talk shows.
Deve avere una tempra d’acciaio perché, all’ora in cui agricoltori, operai, infermieri, medici, macellai, tabacchini, bidelli, insegnanti e, perfino, fruttivendoli creativi, dopo una giornata di lungo e stressante lavoro, stanchi, si appisolano davanti alla tele, lui , in tele, ci va. Ad Anno Zero.
Laddove, complici giornalisti con un istinto tiranno per l’“add’à scorr’o sango”, squillino le trombe, rullino i tamburi, alla fine della trasmissione, autodichiaratosi schifato, si dimette; e se ne va. Abbandona la trasmissione.
E perché?
Perché un giovane esperto di temi etici lascia il fine dicitore di Benevento a bocca chiusa sulla problematica delle coppie di fatto. Che il ministro, scordandosi di un programma liberamente sottoscritto non solo non vuole sia normata dal governo di cui fa parte ma neanche portata nel Parlamento. Dove, come da mandato ricevuto, dovrebbe andare a lavorare.
In attesa che il tema sia rilanciato dalla Commissione di Vigilanza Rai, son due giorni che, prima pagina, se ne parla.
Di Clemente. & di Michele.
Strategie israeliane per "legalizzare" la colonizzazione
delle terre palestinesi.
Haaretz è un quotidiano israeliano fra i più conosciuti al mondo.
Visitandone il sito on line, qualche mese fa, ho letto di un dossier prodotto dal centro di informazione israeliano di Human Rights che metteva in luce i metodi utilizzati da Israele per impossessarsi della terra dei palestinesi nei Territori Occupati.
In Israele, il ben documentato lavoro ha provocato molto scalpore come prova del fatto che molti israeliani ignorano i metodi usati dal loro stesso governo per impossessarsi delle terre palestinesi a vantaggio degli insediamenti colonici.
Figuriamoci se, certi esemplari di politici nostrani hanno solo voglia di conoscerli, di prenderne atto e di tenerne conto quando rilasciano dichiarazioni, manifestano propositi o delineano strategie per risolvere la tragica questione.
L'unico processo che, in Cisgiordania ed a Gaza, non si è mai arrestato è la confisca delle terre palestinesi da destinare all'espansione delle colonie.
L’intero documento, di cui ho tradotto solo il capitolo relativo ai procedimenti “legali” usati per dichiarare israeliane le terre dei palestinesi nei Territori Occupati, è consultabile nella sezione "settlements" del sito di B’Tselem:
Prendere controllo del territorio in Cisgiordania.
Israele ha usato un meccanismo legalmente complesso e burocratico per prendere il controllo di più del 50% del territorio in Cisgiordania.
Queste terre sono state, principalmente, usate per insediarvi colonie e creare riserve di terra per la futura espansione delle colonie stesse.
Il principale strumento usato per prendere controllo del territorio è dichiararla "terra di stato".
Questo processo cominciò nel 1979, e si basa su una implementazione manipolativa della