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Tu vuò fa l’americana, Americana marycana.
A differenza dell’eroe cantato da R. Carosone che l’americano lo faceva, “scampanjanne pè Tuledo, dalla biografia di L. Annunziata si evince che, lei, americana, lo nacque.
Come giornalista, corrispondente dagli USA per “il manifesto” verso la fine degli anni ’70 del secolo scorso.
Da allora, come G. Riotta, altro giornalista che, agli esordi, scriveva per la cooperativa giornalistica, oggi, purtroppo, in serie difficoltà economiche, di strada (?) ne ha fatta tanta. Fino a diventare, come il collega succitato, attuale direttore in Rai1, “direttora” dell’agenzia ApBiscom.
Di sé ama ricordare che l’esperienza americana è stata fondamentale perché le ha permesso di acquisire uno stile giornalistico di tipo anglosassone. Che, come tutti sanno, ha nel distacco, nell’oggettività, nella precisione del racconto dei fatti, il cardine del proprio codice etico.
Niente a che vedere con l’equivicinanza di tanto giornalismo nostrano. Di cui Michele Santoro, a giudizio di una magna pars del mondo politico, giornalistico, imprenditoriale, sarebbe un campione.
Ed, infatti, campione di faziosità, più di un E. Fede con Sansilvio, equivicino ai palestinesi più di un B. Vespa con l’ united colors of cast at ton, ospite alla puntata di Giovedì di Anno Zero, l'ha praticamente deinito colei che, attualmente, di mestiere, fa la conduttrice della “in mezz’ora” televisiva del palinsesto Rai.
Questo prima di prendere cappello e, come un Berlusconi qualsiasi intervistato da un anglosassone, lasciare lo studio televisivo.
La puntata non l’ho vista; ho seguito le rassegna stampa televisive, ne ho letto le cronache su il manifesto.
Laddove, N. Rangeri che, in America, non so se c’è stata, le ricordava che dare lezioni, in diretta, e nella qualità di ospite, ad un giornalista che, bene o male, sta facendo il suo mestiere, negli USA, non usa.
